mercoledì, 18 marzo 2009

LA VITA DALL’OBLO’

Immagine: Emilia Tommasino, Racchiuso in un oblò 

La chiamo “oblò” .

 

Chiamo oblò la possibilità di sbirciare il futuro

attraverso la vita dei miei fratelli o delle persone più grandi di me.

Ciò che è accaduto a loro, prima o poi,

in una forma simile o diversa,

è destinato a capitare anche a me.

 

Suvvia non siamo così banali da affrettarci a blaterare:

“ognuno deve fare il proprio percorso”

È talmente ovvio!

Ognuno deve fare il proprio percorso:

è cosa ben nota!

D’altro canto però è anche evidente

che le strade che percorriamo

non sono mai sentieri del tutto inesplorati

e che le esperienze degli altri sono un bagaglio prezioso.

 

Non so… gli esami di maturità per esempio!

Li avevo già immaginati ascoltando i loro racconti,

certo ora ne ho un ricordo mio,

i miei sono senza dubbio stati diversi dai loro,

eppure quel giorno, quelle mattine,

tra gli scritti e gli orali,

era come se sapessi vagamente cosa sarebbe avvenuto,

quasi fosse tutto un déjà vu.

 

 

L’ho visto nell’oblò,

lo vedo ogni giorno con i miei occhi,

c’ho sbattuto la mia capoccia, proprio bello forte contro,

eppure…eppure non mi capacito del modo marcio e perverso

in cui debbano funzionare le cose!

Non so se sia la passione per quello che studio,

o magari solo uno stupido senso del dovere,

a farmi resistere nell’università…

Spero solo che questa volontà

non derivi dalla paura per ciò che accadrà dopo!

L’università è pur sempre un rifugio dorato!

 

Ho visto nell’oblò

quanto tutto questo studio poi non ripaghi,

ho visto che il merito, la passione, la dedizione,

non vengono stimate quanto dovrebbero,

ho visto che il diritto del lavoro sta facendo enormi passi indietro,

che l’Italia sta facendo enormi passi indietro.

 

 

Certe volte quando guardo nell’oblò,

mi viene una gran voglia di fare, di costruire,

mi nascono curiosità e desideri,

penso ai viaggi che potrei fare, alle cose da conoscere,

a tutto ciò che un giorno sarà diverso e migliore,

ma certe volte, quando guardo nell’oblò,

mi viene proprio una gran paura!

 

 

postato da: nautike alle ore 18/03/2009 19:30 | Permalink | commenti (4)
categoria:blu , azzurro, arancione
domenica, 03 febbraio 2008

 

La situazione è seria.

Siamo appena all’inizio di febbraio,

fuori dalla finestra la pioggia scende senza sosta

e la mia Magnolia è da strizzare,

eppure io già sono qui che penso al momento

in cui riempirò la macchina di bagagli,

imboccherò l’autostrada e guiderò fino al mare!

La musica nella autoradio,

il “dai rimetti dall’inizio che la cantiamo tutta”,

le confessioni mai pronunciate prima,

i racconti ripetuti mille volte

delle imprese epiche delle precedenti vacanze…!

postato da: nautike alle ore 03/02/2008 16:39 | Permalink | commenti (3)
categoria:azzurro
venerdì, 01 febbraio 2008

Ma lei verrà in barca con noi?

 

Che gusto squisito si trae dall’avere ragione!
Certo la ragione si dà agli stolti

e certo ottenere di avere ragione su una determinata faccenda,

non comporta che quella stessa faccenda stessa

venga poi risolta, ma intanto…!

Che soddisfazione, che appagamento!

Dal colloquio con il professore sono emerse tre cose:

1. il progetto va bene,

entra “un tantino” in contrasto

con il principio del minimo intervento,

ma risponde a quello che si richiedeva per l’esame

2. lui non intende aiutarci con il computo,

il cronoprogramma e il quadro economico

3. io ho ragione.

 

Il tempo che ho avuto per riflettere

nei mesi in cui sono stata male,

mi ha dato la possibilità

di vedere un po’ tutta la mia situazione dall’esterno.

Risultato?

Qui bisogna rimboccarsi le maniche!

Qui bisogna cambiare qualcosa!

Come il professore ha confermato,

compiendo un grande atto di onestà a mio giudizio,

mamma-università non ci sta insegnando nulla!

Perché?

Perché i professori sono sempre più professori

e sempre meno insegnanti:

il loro tempo è minimo e la loro dedizione pressoché nulla.

Soluzioni?

Nessuna!

O meglio, infinite!

Ma bisogna mettersi sotto,

aprire occhi, cervello, orecchie,

insomma tutto l’apribile nei limiti dell’eticamente corretto,

e captare qualunque informazione utile

per scegliere la strada migliore per formarsi

anche a costo di staccarsi dalle gonne di mamma-università,

o di relegarla il più possibile ad un angolo.

In concreto che conto di fare?

Mo ci penso eh…

 

postato da: nautike alle ore 01/02/2008 17:40 | Permalink | commenti (2)
categoria:rosso, azzurro
mercoledì, 05 settembre 2007

Se la sua mamma sarà stata costante
nel compilare il diario che scrive per lui
oggi la pagina in cui è descritto il nostro incontro
sarà sepolta da tante altre.
In una sosta durante il ritorno dal Salento,
ci siamo imbattute
in una affiatatissima coppia di viaggiatori:
Gabriele, un bimbettino di quattro mesi,
e la sua mamma.

Loro
potrebbero testimoniare meglio della mia memoria
la malinconia che avevamo
mentre chilometro su chilometro
risalivamo l’Italia per tornare a casa.
I giorni in Puglia saranno la mia scorta per l’inverno,
la mia riserva per le giornate fredde.
Prima di partire
li immaginavo belli e ricchi e pieni,
ma lo sono stati infinitamente di più
di quanto potessi immaginare.
Il mio augurio per il rientro a casa
a chi ha diviso quei giorni con me
è stato di avere
buona memoria,
lo ripeto qui,
lo ripeto ora
che altri giorni belli si sono aggiunti a quelli vissuti giù:
questa estate è da ricordare!

 

postato da: nautike alle ore 05/09/2007 20:25 | Permalink | commenti (6)
categoria:azzurro, arancione
mercoledì, 20 giugno 2007

Se c’è una cosa che la Gatta odia,

quella cosa,

senza alcun dubbio,

sono le porte chiuse.

Se sto in camera mia e chiudo la porta,

eccola!

Subito a miagolare e grattare dal corridoio

per farsi aprire

e se a quel punto mi alzo,

la faccio accomodare e poi richiudo la porta,

ecco che subito si alza

e chiede di farsi riaprire

e così all’infinito

finché non si cede a lasciare

anche solo uno spiraglio di porta aperta.

A quel punto lei tranquillamente si allontana

per rifugiarsi in un’altra stanza a fare altro.

 

Non le interessa tanto

entrare o uscire da una certa camera,

ma solo che le sia garantito

di poterlo fare in qualunque momento

qualora ne avesse voglia.

 

Questo significa aver cura di se stessi

e della propria libertà.

postato da: nautike alle ore 20/06/2007 22:51 | Permalink | commenti (8)
categoria:rosa, azzurro
martedì, 20 marzo 2007

La mia professoressa di lettere della scuola media non era una donna forte, una di quelle brillanti e uniche a cui si sogna di poter assomigliare. Era una donnetta dal volto smagrito, i capelli lunghi e lisci sottolineavano una giovinezza ormai sfiorita e i suoi modi raccontavano di un tempo che ormai non ci appartiene più.
L’arroganza dei nostri tredici anni bastava a metterla in crisi e la malizia della nostra prima giovinezza la faceva arrossire.

Io le volevo bene e lei adorava la mia penna che, più fluida di quella dei miei compagni, le regalava di tanto in tanto qualche tema di cui vantarsi con i colleghi.

Una mattina entrò in classe con una luce diversa negli occhi e sotto il braccio un libro, vecchio, di quelli che si acquistavano con le pagine chiuse e occorreva separarle da soli, con pazienza e un buon tagliacarte. Un libro conservato dai tempi in cui lei stessa andava a scuola.
Ci guardò fissi negli occhi e pronunciò quello che si chiama “un gran discorso”. Diretto e sincero, coraggioso. Disse che per fare l’insegnante ci vuole del fegato perché significa entrare in classe ogni mattina e mettere in pasto alla non curanza e alla superficialità di un branco di ragazzini presuntuosi, le cose che si hanno più care, quelle che per prime hanno fatto battere più forte il cuore, quelle che si è studiate per una vita intera e che per questo si è arrivati a poterle insegnare.

Poi si interruppe di colpo, lasciandoci muti e increduli, aprì il libro e ci lesse, dandone un’interpretazione da gran teatro, una novella di Pirandello:

“Ciaula scopre la Luna

 

 

 

“[…] Restò, appena sbucato all’aperto, sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia, aprì le mani  nere in quella chiarità d’argento.
Grande, placida, come in un fresco, luminoso, oceano di silenzio, gli stava di faccia la luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era, ma come tante cose che si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciaula, che in cielo ci fosse la luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là luna… c’era la luna! La luna!

E Ciaula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta là mentre ella saliva pel cielo, la luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.”

 

 

 

Le lettere d'amore
(Vecchioni)

Fernando Pessoa chiuse gli occhiali
e si addormentò
e quelli che scrivevano per lui
lo lasciarono solo
finalmente solo...

Così la pioggia obliqua di Lisbona
lo abbandonò
e finalmente la finì di fingere fogli
di fare male ai fogli...

E la finì di mascherarsi dietro tanti nomi,
dimenticando Ophelia
per cercare un senso che non c'è
e alla fine chiederle:
"scusa se ho lasciato le tue mani,
ma io dovevo solo scrivere, scrivere
e scrivere di me..."

E le lettere d'amore,
le lettere d'amore
fanno solo ridere.
Le lettere d'amore
non sarebbero d'amore
se non facessero ridere.
Anch'io scrivevo un tempo lettere d'amore
anch'io facevo ridere;
le lettere d'amore, quando c'è l'amore,
per forza fanno ridere.

E costruì
un delirante universo senza amore
,
dove tutte le cose
hanno stanchezza di esistere
e spalancato dolore.

Ma gli sfuggì che il senso delle stelle
non è quello di un uomo,
e si rivide nella pena di quel brillare inutile,
di quel brillare lontano...

E capì tardi che dentro
quel negozio di tabaccheria
c'era più vita di quanta ce ne fosse
in tutta la sua poesia;
e che invece di continuare a tormentarsi
con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo...

E scrivere d'amore,
e scrivere d'amore,
anche se si fa ridere;
anche quando la guardi,
anche mentre la perdi
quello che conta è scrivere.
E non aver paura
non aver mai paura
di essere ridicoli;
solo chi non ha scritto mai
lettere d'amore
fa veramente ridere.

Le lettere d'amore,
le lettere d'amore,
di un
amore invisibile;
le lettere d'amore
che avevo cominciato
magari senza accorgermi;
le lettere d'amore
che avevo immaginato,
ma mi facevan ridere
magari fossi in tempo
se avessi ancora il tempo
per potertele scrivere...

 

postato da: nautike alle ore 20/03/2007 22:05 | Permalink | commenti (4)
categoria:azzurro
lunedì, 08 gennaio 2007

Il contagio è inevitabile amici miei, non ho potuto sfuggirne, mi ha colpita in pieno e soprattutto mi ha colto alla sprovvista,
lo sapevate che gira una nuova catena tra i blog?
Ebbene si!
E io... bhè... mi spiace per voi ma... ormai ci sono dentro!

Il bello con queste catene è che in un attimo si passa da vittime a carnefici, eh già perchè io in questo momento, non vogliatemene, ma sono in una condizione di assoluto privilegio. Una volta contagiati si diventa immuni, come con la varicella, e quindi posso divertirmi, adempiuto il mio compito, a fare l'untore tra di voi...

Ad ogni modo tra le tante catene che sono girate, questa è proprio lisci liscia!
Ce ne son certe che fanno mille domande!
 Non ho ancora scelto chi "ungere" tra voi,
ma state tranquilli perchè comunque ve la caverete con poco,
eccovi le regole:

                "Parole a caso dal libro 
                   che vi è più vicino 
                   in questo momento"

Aprite a pagina 123, saltate le prime cinque frasi da inizio pagina, e ricopiate le tre successive.
Tutto qui!
Poi scegliete tre persone a cui passare il testimone e avete fatto!
Semplice semplice...

                                                 Ok...
                               Allora io procedo eh...

               ...un attimo di suspance...

                     ...rullo di tamburi...

                                              il libro è...
                                                     ...è...
                                    ...è...

         "Cantata dei giorni dispari"
                                       (volume primo)
                                    Eduardo De filippo

                       Vediamo un po'... a pagina 123 siamo in... 
                        ma guarda come siete fortunati! 
                      Siamo nella nota storico-critica di: 
                              "Questi fantasmi!"

"[...]All'origine della finzione scenica di "Questi fantasmi!" c'è un autentico spaccato napoletano, come in "Napoli milionaria!". Non c'è privacy familiare neppure in questa stanza e neanche privacy adulterina. Solo che il gioco delle entrate e delle uscite diventa ambiguo per il gigantesto qui pro quo fra uomini e spiriti: quando il rapporto di comunicazione tra i suoi personaggi diventa particolarmente difficile, l'immaginario di Eduardo incrementa le segnalazioni spaziali-scenografiche, per mantenere "viva" la comunicazione con il pubblico. [...]"

E passiamo alle unzioni...
ehmm... ehmm...
dunque...

Albatros (sperando che abbia per le mani qualcosa di buono... Il ragazzo sembrerebbe capirne di libri, vediamo che tira fuori!)

Sara (sperando che il libro che ha più vicino sia ancora quello che leggeva fino a poco fa. Mi incurisce  e questa può essere una buona occasione per curiosarlo un po'...)

Alex (sperando che vicino abbia uno spartito, così vediam come se la cava a raccontarcelo...!)

postato da: nautike alle ore 08/01/2007 19:33 | Permalink | commenti (6)
categoria:verde, azzurro
mercoledì, 18 ottobre 2006

Vi capita mai di fare esattamente quello che meno dovreste fare, nel momento peggiore in cui potreste farlo? Penso che più o meno capita a tutti... Ahimè!
Sapete cosa proprio non dovrei fare io ora??
Ascoltare questa canzone!
Solo che... è talmente bella!

Mi fa impazzire, dico davvero!

Ma dove vai? Dove vanno i sogni tuoi?
Ti risvegli bambino perso nel tuo mattino
ragazzo mio
ti armi e vai con le croci dei tuoi eroi
passionario che sei
sicuro nel tuo chiodo
davanti al cielo non ci sei che tu
la tua
stellina ha fatto bum 
ma hai voglia di andare, di non ritornare,
di non ritornare
sorridi
come tu solo sai
sorridi che più bello sei
io ti voglio così angelo mio
che non hai cielo....
tu che ne sai di una donna senza fede
a quale storia attingerai, confiderai le tue scommesse
sul cuore mio
ma dove vai a
spalancare le città
se non parli con me dei giochi tuoi domani
davanti al mare non ci sei che tu
la mia stellina fa bum
e
fermati amore ti voglio toccare, baciare, spogliare
sorridi come tu solo sai
sorridi e non finire mai
l'altra parte di
me
è uguale a te
sorridi
e non finire mai
sorridi e non finire mai
io ti voglio così angelo mio
che non hai... cielo,
sorridi e non finire mai
"Sorridi" Gianna Nannini

postato da: nautike alle ore 18/10/2006 22:59 | Permalink | commenti (4)
categoria:rosso, azzurro
sabato, 16 settembre 2006

Eh sì che sono finite le vacenze! Ma con loro anche un po' il tempo e la pazienza da dedicare al blog, tuttavia visto che ho proprio un peccato lasciare che la mia barchetta se ne vada così alla deriva, eccomi finalmente ad aggiornare! Anche per far riposare un po' il povero Vasco che di cantare "Una canzone per te" non può proprio più! E' oltre un mese che è la prima della mia sequenza nella radio blog ed è un pessima cosa, non è certo una canzone da ascoltare troppo spesso, si perde tutto lo stupore.
Posto un brano dell'Odissea che trovo molto bello e che quest'anno ha segnato l'inizio delle mie vacanze con una serie di serate all'Auditorium:


...Ulisse ha fatto ritorno ad Itaca, dapprima sotto mentite spoglie, poi prendendo coraggio a mostrarsi e cercando di farsi riconoscere dal figlio e poi dalla moglie. Penelope esita, ha paura di lasciarsi travolgere dalla felicità del rientro tanto atteso del marito, per poi rimanere delusa dall'ennesimo inganno. Sottopone allora Ulisse alla prova del talamo nunziale, famosissima, dicendogli che il suo letto sarebbe stato spostato che avrebbe potuto stendersi a riposare. Ulisse supera la prova con successo dicendo a Penelope che sarebbe impossibile spostare il suo letto perchè intagliato nel tronco stesso del grande albero cui la casa è costruita intorno. penelope a quel punto sente sciogliersi tutte le remore del suo cuore, abbraccia e bacia il marito che gli dei le hanno finalmente retituito:

"[...] Questo fu il colpo che i suoi dubbi tutti
Vincitore abbatté. Pallida, fredda,
Mancò, perdé gli spiriti e disvenne.
Poscia corse vêr lui dirittamente,
Disciogliendosi in lagrime; ed al collo
Ambe le braccia gli gettava intorno
,
E baciavagli il capo e gli dicea:
"Ah! tu con me non t'adirare, Ulisse,
Che in ogni evento ti mostrasti sempre
Degli uomini il più saggio. Alla sventura
Condannavanci i numi, a cui non piacque
Che de' verdi godesse anni fioriti
L'uno appo l'altro, e quindi a poco a poco
L'un vedesse imbiancar dell'altro il crine.
Ma, se il mirarti e l'abbracciarti un punto
Per me non fu, tu non montarne in ira.
Sempre nel caro petto il cor tremavami,
Non venisse a ingannarmi altri con fole:
Ché astuzie ree covansi a molti in seno.
Né la nata di Giove Elena Argiva
D'amor sarìasi e sonno a uno straniero
Congiunta mai, dove previsto avesse
Che degli Achei la bellicosa prole
Nuovamente l'avrebbe alla diletta
Sua casa in Argo ricondotta un giorno.
Un dio la spinse a una indegna opra; ed ella
Pria che di dentro ne sentisse il danno,
Non conobbe il velen, velen da cui
Tanto cordoglio a tutti noi discorse.
Ma tu mi desti della tua venuta
Certissimo segnale: il nostro letto,
Che nessun vide mai, salvo noi due,
E Attoride la fante, a me già data
Dal padre mio, quand'io qua venni, e a cui
Dell'inconcussa nuzïale stanza
Le porte in guardia son, tu quello affatto
Mi descrivesti; e al fin pieghi il mio core,
Ch'esser potrìa, nol vo' negar, più molle".
A questi detti s'eccitò in Ulisse
Desìo maggior di lagrime. Piagnea,
Sì valorosa donna e sì diletta
Stringendo al petto. E il cor di lei qual era?
Come ai naufraghi appar grata la terra
Se Nettuno fracassò nobile nave,
Che i vasti flutti combatteano e i venti,
Tanto che pochi dal canuto mare
Scampâr nôtando a terra e con le membra
Di schiuma e sal tutte incrostate, e lieti
Su la terra montâr, vinto il periglio:
Così gioìa Penelope, il consorte
Mirando attenta, né staccar sapea
Le braccia d'alabastro a lui dal collo.

E già risorta lagrimosi il ciglio
Visti gli avrìa la ditirosea Aurora,
Se l'occhio azzurro di Minerva un pronto
Non trovava compenso. Egli la Notte
Nel fin ritenne della sua carriera,
Ed entro all'Ocean fermò l'Aurora,
Giunger non consentendole i veloci
Dell'alma luce portator destrieri,
Lampo e Fetonte, ond'è guidata in cielo
La figlia del mattin su trono d'oro.
Ulisse allor queste parole volse
Non liete alla donna:
"O donna, giunto
Non creder già de' miei travagli il fine.
Opra grande rimane, immensa
, e cui
Fornir, benché a fatica, io tutta deggio.
Tanto mi disse di Tiresia l'ombra
Il dì ch'io per saver del mio ritorno,
E di quel de' compagni, al fosco albergo
Scesi di Dite. Or basta. Il nostro letto
Ci chiama e il sonno, di cui tutta in noi
Entrerà l'ineffabile dolcezza
[...]".
Libro ventitreesimo vv 205-255

 

postato da: nautike alle ore 16/09/2006 16:32 | Permalink | commenti (10)
categoria:azzurro
mercoledì, 21 giugno 2006

La gabbianella e il gatto

La gabbianella e il gatto

“Ho le ali stanche” pensò il gabbiano posandosi sul punto più basso della balaustra di Ponte Cavour. “Vorrei essere te” pensò la ragazza seguendo con le sguardo il volo dell’uccello e poi sporgendosi in punta di piedi dal parapetto di marmo-travertino per vederlo meglio, forse non ne aveva mai visto uno vero così da vicino.
I due si fissarono negli occhi. In un secondo l’uno fu l’altra e l’altra l’uno. Spogliati dei propri abiti usuali, esplorarono la reciproca vita nel tempo di uno sguardo, uno sguardo lunghissimo, ma che a loro apparve dissolversi in un istante appena. L’odore dell’acqua riempiva tutta l’aria e non si sentiva nessun suono se non il bisbiglio dei loro "scambi".
Non appena quello sguardo lo travolse, il gabbiano sentì che il suo sangue si infuocava, gli sembrò di essere pesante, e nelle sue zampette esili piombò la stanchezza di passi che non aveva compiuto, avvertì di non avere piumaggio sul corpo, si scoprì liscio, implume e venne travolto da un moltiplicarsi infinito di sensazioni che non sapeva neppure interpretare, gli apparvero nella capoccetta ricordi di posti e persone che non aveva mai visitato e mai conosciuto, tutti i suoni, le parole degli uomini, che non era mai riuscito a comprendere, ora gli apparvero chiari, e scoprì il dolore e la paura e l’amore e l’emozione e scoprì che gli esseri umani hanno parole per descrivere tutte queste cose e che quelle parole si chiamano poesia. Su per il becco gli si arrampicarono una miriade di odori, profumi, mai ne aveva avvertiti così tanti, sentì un pizzicorìo insolito, si faceva sempre più forte e ancora e ancora, una cosa mai provata prima, e poi di colpo: uno starnuto! Fu quello che lo riportò alla realtà, che gli restituì le ali e le piume, che lo rifece gabbiano.
La ragazza sentì sulla pelle i colpi sordi dell’aria, sentì nelle braccia la stanchezza del battere le ali e vide nei suoi stessi occhi tutto l’azzurro che non era mai riuscita a vedere, e sentì nelle sue stesse orecchie le grida degli altri gabbiani e l’istinto a migrare, e sentì il cuore scalpitarle in petto e dovette ispirare profondamente per permettergli di farsi grande, come grande diventa il cuore di un gabbiano al pensiero del mare; la testa le divenne leggera, poi tutto il corpo, leggero, le parve di sparire, più nulla la ancorava al suolo, chiuse gli occhi e si accorse di stare volando, li riaprì in tutta fretta per godersi la vertigine dei colori del mondo, ma quel pensiero era troppo grande e la sua immaginazione, per quanto ben allenata, non seppe sostenerne la maestosità. Ripiombò dentro se stessa, le parve di sentire il tonfo della mente che si rituffava dentro il corpo, l’odore dell’acqua svanì e la città, che pareva aver trattenuto il respiro fino a quel momento, riprese a far confusione e finse indifferenza, come non fosse stata a sbirciare la scena, come se non avesse visto niente, come se nulla, in quel tempo di uno sguardo, fosse accaduto.
Ma la ragazza sapeva e la città sapeva e il gabbiano sapeva e il ponte sapeva e l’acqua e l’aria e il mare e tutti sapevano, che in quel tempo di uno sguardo, qualcosa era accaduto davvero; la ragazza allungo il braccio e vide brillare, annodato al suo polso, un nuovo filo.

la gabbianella e il gatto

postato da: nautike alle ore 21/06/2006 23:56 | Permalink | commenti (10)
categoria:giallo, verde, azzurro