“CHE COSA FAI NELLA VITA?”

Quando compri il nuovo libro di Pennac
e scopri che sua madre
è proprio uguale alla Signora B.
al cui figlio discolo
tua madre dava ripetizioni
quando aveva giù per su la tua età,
capisci che il mondo
è davvero infinitamente più piccolo
di quanto avresti mai potuto credere!
Tralasciando chiacchiere inutili sul fatto che
da nord a sud, da est a ovest,
siamo tutti soggetti allo stesso destino
e che la crescita di ogni uomo e ogni donna
finisce inevitabilmente per passare sugli stessi tracciati
(professori ostili, amici di una vita,
litigate frenetiche, vacanze indimenticabili,
amori perduti, ritrovati, abbandonati…),
mi chiedevo:
non è curioso che gli anni della scuola
riescano a lasciare un segno tanto profondo?
Dalla scuola materna al diploma superiore,
15 anni,
non più del 18-20 % di una vita media quindi,
eppure molti hanno l’idea
che il mondo si possa dividere
in gente che “andava bene a scuola”
e in gente che “non andava bene a scuola”.
Certo di primo impatto verrebbe istintivo smentire
una simile affermazione,
ma chi di noi, a ben riflettere,
non ha mai pronunciato una frase del tipo:
“mha… alla fine non ha mai combinato nulla,
e pensare che a scuola era uno dei migliori”
oppure: “ah si! È uno in gamba,
me lo ricordo anche ai tempi del liceo,
è sempre andato bene!”
o ancora: “c’era da aspettarselo!
Fin dai tempi della scuola,
non cavava un ragno dal buco”
ma anche: “un successo inaspettato,
se si pensa a quanto andasse male a scuola”?
DIARIO DI SCUOLA
Daniel Pennac
Il fatto è che io andavo male a scuola
e da questo lei non s’è più ripresa.
Oggi che la sua coscienza di donna molto anziana
abbandona i lidi del presente
per rifluire piano verso i lontani arcipelaghi della memoria,
i primi scogli che affiorano le rammentano l’ansia
che la tormentò per tutta la mia carriera scolastica.
Mi rivolge uno sguardo preoccupato e, lentamente:
“Che cosa fai nella vita?”
Il mio avvenire le parve da subito talmente compromesso
che non è mai stata davvero sicura del mio presente.
Poiché non ero destinato a un avvenire
non le parevo equipaggiato per durare.
Ero il suo figlio precario.
Eppure sapeva che ce l’avevo fatta
da quando nel settembre del 1969
ero entrato nella mia prima classe in qualità di professore.
Ma nei decenni che seguirono
(cioè per tutta la durata della mia vita adulta),
la sua ansia resistette segretamente
a tutte le “dimostrazioni di successo”
che le portavano le mie telefonate, le mie lettere,
le mie visite, la pubblicazione dei miei libri,
gli articoli di giornale o le mie apparizioni
nei programmi culturali della tivù. […]
Un’ansia che sembra aver perduto intensità,
un’angoscia fossile, ormai solo una vecchia abitudine,
ma abbastanza viva perché la mamma mi chieda,
posando una mano sulla mia al momento di salutarci:
“Ce l’hai una casa a Parigi?”

