C’è sempre un punto,
un punto nello spazio e nel tempo,
da cui si parte, da cui si inizia “il viaggio”.
La nostra stessa nascita,
l’atto con cui tra grida, pianto, risate e sospiri
veniamo al mondo,
non è forse anch’essa l’inizio di un viaggio?
La nostra vita,
comunque si scelga di viverla
non è forse fatta di un continuo viaggiare?
E non è forse questa la nostra fortuna più grande,
oltre che la nostra condanna più insostenibile?
Così come la nostra prima partenza
ci veste di carne e ossa e sangue e pelle,
anche tutte le altre,
quelle che scegliamo di intraprendere
per chissà quali porti vicini e lontani,
contribuiscono a formare
ogni minima parte
della sostanza stessa del nostro essere.
Il vento,
di quel giorno sulla riva del mare,
rimane impigliato tra i nostri capelli;
la terra,
che infangava le scarpe
alla sera di quella lunga camminata,
non potrà mai essere del tutto ripulita;
dell’acqua con cui il mare ci ha schizzato
e la pioggia bagnato,
potremmo mai asciugarci?
e il sole?
Il sole che ci disegna addosso luci e ombre
scompare mai del tutto dalla nostra pelle?
Rimane,
indelebile e infinito.
Nelle nostre mani,
sulle macchie di inchiostro che ci sporcano le dita,
sui polpastrelli, che come ballerini
danzano sulle nostre tastiere,
rimane l’eco di tutte le storie che abbiamo scritto.
Le cicatrici, che il sole d’estate
riaccende sulle nostre ginocchia,
non conservano forse il ricordo
dei nostri giochi bambini?
Lo fanno
e di certo non con minore efficacia
dei nostri racconti,
delle mille parole che spendiamo
per condurre qualcuno nel nostro tempo più bello.
Tutta la vita che viviamo,
e persino quella che scegliamo di non vivere;
tutte le persone che abbiamo amato,
e persino quelle che scegliamo di dimenticare;
tutte le parole che abbiamo pronunciato,
e persino quelle che scegliamo di rinnegare;
si disegnano sulla nostra pelle
e più in fondo
plasmano la carne e il sangue che ci costituiscono.
Le tracce di un viaggio non si cancellano.
Possiamo nasconderle dal viso,
possiamo ricoprirlo di trucco,
e loro appariranno sulle mani;
possiamo infilare le mani sulle tasche,
ma saranno palesi nel nostro modo di camminare
e se iniziassimo a correre?
L’incedere del nostro respiro parlerebbe di loro!
Nessun paese può essere patria del viandante.
Molte terre lo ospitano,
una città gli ha dato i natali,
altre lo hanno aiutato a crescere,
qualcuna ha avuto a cuore
che non smarrisse il suo io bambino,
certe hanno lasciato che si innamorasse,
ma altre hanno dovuto spezzargli il cuore,
una sola l’ha curato
ha asciugato le lacrime, tutte quante,
ha fatto rimarginare le ferite
e alleggerito lo spirito.
Quella città,
quell’unica città,
è lì che rimarrà.
Lì metterà radici e affetti,
costruirà una casa di mattoni, di pietra,
piena di luce e di finestre,
con lunghe tende colorate
a cui il vento riempirà le pance,
costruirà una casa vera,
dopo tanto peregrinare,
nel paese immenso che adesso ha dentro di sé.
La ragazza e la miniera
Francesco De Gregori
Mamma chissà se valeva la pena,
fare tanta strada e arrivare qua.
La gente è la solita non cambia scena,
la stessa che ho lasciato tanto tempo fa.
Hanno fame di soldi
e hanno fame d'amore
e corrono a cento all'ora.
I loro figli non somigliano a niente,
l'adolescenza subito li divora.
Se potessi tornare indietro,
indietro io ci tornerei.
Se potessi cominciare da capo,
quello che ho fatto non lo rifarei.
Ed ora c'è una ragazza di vent'anni che vive qua,
con lei dormo la notte e divido la notte,
e una notte forse lei mi sposerà.
Ora c'è una miniera che ci danno mille lire l'ora per andare giù,
e quando usciamo, inciampiamo nelle stelle
perché le stelle ormai, quasi non le vediamo più.
E meno male,
che c'è sempre qualcuno che canta
e la tristezza ce la fa passare,
se no la nostra vita
sarebbe una barchetta in mezzo al mare.
Dove tra la ragazza e la miniera
apparentemente non c'è confine,
dove la vita è un lavoro a cottimo
e il cuore, un cespuglio di spine.