giovedì, 29 marzo 2007

E mentre scendendo dall’autobus

non posso fare a meno di notare ancora una volta

la nuova scritta sul muro del ponte

in cui un certo Luca dice a un certa Barby

che lei è la ranocchia sua,

seguito a chiedermi cosa dovrò farmene di queste giornate

e quale sia la ricetta più efficace

per renderle migliori almeno un po’.

E se in piscina forza e velocità,

oltre ovviamente a contrarre i glutei,

sembrano la panacea di tutti i mali,

per qualche negoziante milanese

la chiave della felicità potrebbe essere

nell’indossare sempre un po’ di tacco

o in alternativa

nel mangiare molto tonno e fare l’amore con fantasia.

Non so.

Ognuno in fatto di felicità ha la sua bella teoria

che cerca di propinare agli altri

e se a qualcuno accade di credere

che forse la felicità che sta cercando

non è lì dove per forza vogliono fargliela cercare

è un bel pasticcio,

perché mai e poi mai potrà convincerli,

mai e poi mai si sforzeranno di aprire gli occhi.

E allora eccole,

eccole lì,

come se ne filano via le giornate,

una dietro l’altra,

come formiche in missione rifornimento,

implacabili e inafferrabili marciano

allontanandosi

e la clessidra si consuma

e i granellini cadono giù.

Ma vedrai poi come sei contenta!
Ma che dite? Ma cosa cazzo dite?

 

postato da: nautike alle ore 29/03/2007 22:32 | Permalink | commenti (10)
categoria:rosso
martedì, 20 marzo 2007

La mia professoressa di lettere della scuola media non era una donna forte, una di quelle brillanti e uniche a cui si sogna di poter assomigliare. Era una donnetta dal volto smagrito, i capelli lunghi e lisci sottolineavano una giovinezza ormai sfiorita e i suoi modi raccontavano di un tempo che ormai non ci appartiene più.
L’arroganza dei nostri tredici anni bastava a metterla in crisi e la malizia della nostra prima giovinezza la faceva arrossire.

Io le volevo bene e lei adorava la mia penna che, più fluida di quella dei miei compagni, le regalava di tanto in tanto qualche tema di cui vantarsi con i colleghi.

Una mattina entrò in classe con una luce diversa negli occhi e sotto il braccio un libro, vecchio, di quelli che si acquistavano con le pagine chiuse e occorreva separarle da soli, con pazienza e un buon tagliacarte. Un libro conservato dai tempi in cui lei stessa andava a scuola.
Ci guardò fissi negli occhi e pronunciò quello che si chiama “un gran discorso”. Diretto e sincero, coraggioso. Disse che per fare l’insegnante ci vuole del fegato perché significa entrare in classe ogni mattina e mettere in pasto alla non curanza e alla superficialità di un branco di ragazzini presuntuosi, le cose che si hanno più care, quelle che per prime hanno fatto battere più forte il cuore, quelle che si è studiate per una vita intera e che per questo si è arrivati a poterle insegnare.

Poi si interruppe di colpo, lasciandoci muti e increduli, aprì il libro e ci lesse, dandone un’interpretazione da gran teatro, una novella di Pirandello:

“Ciaula scopre la Luna

 

 

 

“[…] Restò, appena sbucato all’aperto, sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia, aprì le mani  nere in quella chiarità d’argento.
Grande, placida, come in un fresco, luminoso, oceano di silenzio, gli stava di faccia la luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era, ma come tante cose che si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciaula, che in cielo ci fosse la luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là luna… c’era la luna! La luna!

E Ciaula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta là mentre ella saliva pel cielo, la luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.”

 

 

 

Le lettere d'amore
(Vecchioni)

Fernando Pessoa chiuse gli occhiali
e si addormentò
e quelli che scrivevano per lui
lo lasciarono solo
finalmente solo...

Così la pioggia obliqua di Lisbona
lo abbandonò
e finalmente la finì di fingere fogli
di fare male ai fogli...

E la finì di mascherarsi dietro tanti nomi,
dimenticando Ophelia
per cercare un senso che non c'è
e alla fine chiederle:
"scusa se ho lasciato le tue mani,
ma io dovevo solo scrivere, scrivere
e scrivere di me..."

E le lettere d'amore,
le lettere d'amore
fanno solo ridere.
Le lettere d'amore
non sarebbero d'amore
se non facessero ridere.
Anch'io scrivevo un tempo lettere d'amore
anch'io facevo ridere;
le lettere d'amore, quando c'è l'amore,
per forza fanno ridere.

E costruì
un delirante universo senza amore
,
dove tutte le cose
hanno stanchezza di esistere
e spalancato dolore.

Ma gli sfuggì che il senso delle stelle
non è quello di un uomo,
e si rivide nella pena di quel brillare inutile,
di quel brillare lontano...

E capì tardi che dentro
quel negozio di tabaccheria
c'era più vita di quanta ce ne fosse
in tutta la sua poesia;
e che invece di continuare a tormentarsi
con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo...

E scrivere d'amore,
e scrivere d'amore,
anche se si fa ridere;
anche quando la guardi,
anche mentre la perdi
quello che conta è scrivere.
E non aver paura
non aver mai paura
di essere ridicoli;
solo chi non ha scritto mai
lettere d'amore
fa veramente ridere.

Le lettere d'amore,
le lettere d'amore,
di un
amore invisibile;
le lettere d'amore
che avevo cominciato
magari senza accorgermi;
le lettere d'amore
che avevo immaginato,
ma mi facevan ridere
magari fossi in tempo
se avessi ancora il tempo
per potertele scrivere...

 

postato da: nautike alle ore 20/03/2007 22:05 | Permalink | commenti (4)
categoria:azzurro
venerdì, 16 marzo 2007

Era la pianta di edera più bella che avessi mai visto. La luce della prima sera, leggera e radente, la illuminava in modo mai visto. Le foglie brillavano in quell’ultimo chiarore, “tenerelle”, chiare. A toccarle parevano di velluto e poi erano lucide, lucide e lisce. La guardavo già in lontananza agitare quelle sue manine verdi e palmate e quando le son stata vicino non ho potuto che fermarmi. Sfioravo le foglie: quella in alto, su a sinistra, e poi quella sotto, lì, in basso e poi al centro, una, due, e poi di nuovo in basso e poi in alto, come suonassi uno strumento a percussione.

E’ in questi momenti che mi fa male il pensiero di te. Quando vorrei cercare la tua mano per dirti “Guarda!? Guarda è bello, guarda…!” Ma non si può. E’ giusto così. E allora ecco che nel cuore compare quel doloretto strano, riconoscibilissimo, dura un attimo, qualche minuto ed è tutto passato. Prendo a pensare ad altro e ti respingo indietro. Dicono che bisogna riempirsi la vita per svuotarsi la testa.

 

postato da: nautike alle ore 16/03/2007 12:56 | Permalink | commenti (6)
categoria:arancione
giovedì, 08 marzo 2007

 SENZA SCARPE NE' CAPPELLO

L’unico modo per sopravvivere allo choc dell’ultima pagina di un libro è averne subito uno nuovo pronto da iniziare. Vale un po’ per tutto a pensarci bene, finita una cosa bisogna subito iniziarne un’altra, è in questo che si racchiude il senso dell’essere “vivi” seguitare a camminare, seguitare a riempire i propri bagagli di nuove esperienze e nuovi racconti. In realtà ci sono dei casi in cui dopo aver letto un libro molto importante, o aver vissuto un’esperienza particolarmente significativa, bisogna fermarsi un po’, chiudere il libro, poggiarlo sul petto e pensarci su… Fu così quando lessi La Storia, impiegai un’intera estate a digerirla. In generale però, la mia strategia brevettata negli anni è quella di iniziare un nuovo libro già prima che quello che leggevo in precedenza finisca del tutto, in questo modo posso scivolare dalle pagine dell’uno a quelle dell’altro, senza sentire troppo il distacco. All’ultima pagina di un libro si sente un senso di abbandono fortissimo, se poi si è letto un libro intrigato con tanti personaggi e intrecci e colpi di scena, ancora di più! Per “ripulirmi” da
I ragazzi dello zoo di Berlino” feci una fatica incredibile.

Ho appena finito un libro bellissimo, l’ho letto per bene, un po’ di pagine ogni sera, per spezzare la monotonia dei calcoli e delle formule degli esami che studiavo di giorno. Ogni sera
un mucchietto di pagine, né troppe, né troppo poche, quella quantità giusta che serve a tenere il fiato sospeso fino alla sera successiva. Solo ieri notte e questa mattina mi sono concessa una rincorsa, ho ingoiato a grandi sorsi le ultime cento pagine rimaste e ora li ho tutti addosso: Leo, Alma, Isaac, Bruno… tutti quanti! Mi pare di averli attorno e anche spostandomi per la mia stanza devo chieder loro permesso per passare, per aprire l’armadio
o riordinare la cassettiera.
Se un libro mi piace lo capisco subito. Mi piacciono quelli che cominciano di getto, senza tante introduzioni… Il professore di italiano non sarebbe d’accordo, e neppure la maestra delle elementari che sosteneva che per fare un buon compito bisogna vestire il “signor tema” senza dimenticare di mettergli il cappello all’inizio e le scarpe alla fine. Io non la penso così. Certo un po’ di contestualizzazione ci vuole sempre, ma nei libri come nelle persone, mi piace la schiettezza. Quando un libro comincia subito catapultandomi dentro il suo mondo, allora quello è un libro che mi piace! Bastano poche parole, ma dirette e già tutte impregnate della storia e mi ha conquistata! Non mangio, non dormo, spengo la tv, abbasso la musica, aggiusto il cuscino e leggo leggo leggo!

postato da: nautike alle ore 08/03/2007 12:37 | Permalink | commenti (9)
categoria:bianco
lunedì, 05 marzo 2007

MA STAVOLTA E' PROPRIO FINITA!

Ancora non me ne rendo conto, come probabilmente è normale che sia, ma finalmente ho chiuso! E' stata la sessione di esami più lacrimosa della mia carriera, ma con la verbalizzazione di oggi pomeriggio, pazzotica e irripetibile, ho chiuso con gli esami almeno fino a giugno!
Forse ho scelto due esamacci troppo grossi da mettere insieme, ma almeno adesso con la parte più scientifica e matematica sono un pezzo avanti! Dopo questa "grande impresa" ci vorrebbe una lunga lista di ringraziamenti a tutti quelli che mi hanno sostenuto (e sopportato!), ma non siamo alla notte degli Oscar per cui ve la risparmio.
Ad ogni modo:
Uhhuufff...
Ci voleva un bel sospiro!

Mi aiutate a rimettere in ordine?
Ce n'è di ordine da dover fare...
e non solo sulla mia scrivania,
sepolta sotto pagine e pagine di calcoli e formule! 
Qua bisogna riassestare un po' tutto, e soprattutto
fare-fare-fare
un mucchio enorme di cose
nuove!

Allora?
Proposte?
E se mi tagliassi i capelli?
Magari mi faccio rossa...
(Non ditelo a Vale eh! Sarebbe capace di convincermi!)

 

Viva la vida
Modena City Ramblers

Questo è il tuo tempo, non lo lasciare
Un vento che passa e che non tornerà mai
Corre veloce senza esitare
Non guarda indietro il tempo che se ne va
Questo è il tuo tempo, sta
in fondo al cuore
Pulsa col sangue e corre forte nelle vene
E' il tuo respiro,
non lo sprecare
Brucia in un rimpianto se ti perdi ad aspettare
Politicanti, gente che tace
Tempi di guerra, ma in un tempo di pace
Tempi moderni da consumare
Segui adesso il ritmo, questo è il tempo di saltare!

Viva la vida, muera la muerte
Viva la vida, muera la muerte
Que viva, la vida
Non è più tempo di lamentarsi
E di chiamare pubblici gli affari privati
Non è più tempo dei moderati
Sempre fermi al centro senza voglia di cambiare
Politicanti, gente che tace
Tempi di guerra, ma in un tempo di pace
Sogni precari da consumare
Segui adesso il ritmo,
questo è il tempo di saltare!
Viva la vida, muera la muerte
Viva la vida, muera la muerte
Que viva, la vida

postato da: nautike alle ore 05/03/2007 22:03 | Permalink | commenti (7)
categoria:giallo