
La mia professoressa di lettere della scuola media non era una donna forte, una di quelle brillanti e uniche a cui si sogna di poter assomigliare. Era una donnetta dal volto smagrito, i capelli lunghi e lisci sottolineavano una giovinezza ormai sfiorita e i suoi modi raccontavano di un tempo che ormai non ci appartiene più.
L’arroganza dei nostri tredici anni bastava a metterla in crisi e la malizia della nostra prima giovinezza la faceva arrossire.
Io le volevo bene e lei adorava la mia penna che, più fluida di quella dei miei compagni, le regalava di tanto in tanto qualche tema di cui vantarsi con i colleghi.
Una mattina entrò in classe con una luce diversa negli occhi e sotto il braccio un libro, vecchio, di quelli che si acquistavano con le pagine chiuse e occorreva separarle da soli, con pazienza e un buon tagliacarte. Un libro conservato dai tempi in cui lei stessa andava a scuola.
Ci guardò fissi negli occhi e pronunciò quello che si chiama “un gran discorso”. Diretto e sincero, coraggioso. Disse che per fare l’insegnante ci vuole del fegato perché significa entrare in classe ogni mattina e mettere in pasto alla non curanza e alla superficialità di un branco di ragazzini presuntuosi, le cose che si hanno più care, quelle che per prime hanno fatto battere più forte il cuore, quelle che si è studiate per una vita intera e che per questo si è arrivati a poterle insegnare.
Poi si interruppe di colpo, lasciandoci muti e increduli, aprì il libro e ci lesse, dandone un’interpretazione da gran teatro, una novella di Pirandello:
“Ciaula scopre la Luna”
“[…] Restò, appena sbucato all’aperto, sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia, aprì le mani nere in quella chiarità d’argento.
Grande, placida, come in un fresco, luminoso, oceano di silenzio, gli stava di faccia la luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era, ma come tante cose che si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciaula, che in cielo ci fosse la luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là luna… c’era la luna! La luna!
E Ciaula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta là mentre ella saliva pel cielo, la luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.”
Le lettere d'amore
(Vecchioni)
Fernando Pessoa chiuse gli occhiali
e si addormentò
e quelli che scrivevano per lui
lo lasciarono solo
finalmente solo...
Così la pioggia obliqua di Lisbona
lo abbandonò
e finalmente la finì di fingere fogli
di fare male ai fogli...
E la finì di mascherarsi dietro tanti nomi,
dimenticando Ophelia
per cercare un senso che non c'è
e alla fine chiederle:
"scusa se ho lasciato le tue mani,
ma io dovevo solo scrivere, scrivere
e scrivere di me..."
E le lettere d'amore,
le lettere d'amore
fanno solo ridere.
Le lettere d'amore
non sarebbero d'amore
se non facessero ridere.
Anch'io scrivevo un tempo lettere d'amore
anch'io facevo ridere;
le lettere d'amore, quando c'è l'amore,
per forza fanno ridere.
E costruì
un delirante universo senza amore,
dove tutte le cose
hanno stanchezza di esistere
e spalancato dolore.
Ma gli sfuggì che il senso delle stelle
non è quello di un uomo,
e si rivide nella pena di quel brillare inutile,
di quel brillare lontano...
E capì tardi che dentro
quel negozio di tabaccheria
c'era più vita di quanta ce ne fosse
in tutta la sua poesia;
e che invece di continuare a tormentarsi
con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo...
E scrivere d'amore,
e scrivere d'amore,
anche se si fa ridere;
anche quando la guardi,
anche mentre la perdi
quello che conta è scrivere.
E non aver paura
non aver mai paura
di essere ridicoli;
solo chi non ha scritto mai
lettere d'amore
fa veramente ridere.
Le lettere d'amore,
le lettere d'amore,
di un amore invisibile;
le lettere d'amore
che avevo cominciato
magari senza accorgermi;
le lettere d'amore
che avevo immaginato,
ma mi facevan ridere
magari fossi in tempo
se avessi ancora il tempo
per potertele scrivere...