Eh sì che sono finite le vacenze! Ma con loro anche un po' il tempo e la pazienza da dedicare al blog, tuttavia visto che ho proprio un peccato lasciare che la mia barchetta se ne vada così alla deriva, eccomi finalmente ad aggiornare! Anche per far riposare un po' il povero Vasco che di cantare "Una canzone per te" non può proprio più! E' oltre un mese che è la prima della mia sequenza nella radio blog ed è un pessima cosa, non è certo una canzone da ascoltare troppo spesso, si perde tutto lo stupore.
Posto un brano dell'Odissea che trovo molto bello e che quest'anno ha segnato l'inizio delle mie vacanze con una serie di serate all'Auditorium:

...Ulisse ha fatto ritorno ad Itaca, dapprima sotto mentite spoglie, poi prendendo coraggio a mostrarsi e cercando di farsi riconoscere dal figlio e poi dalla moglie. Penelope esita, ha paura di lasciarsi travolgere dalla felicità del rientro tanto atteso del marito, per poi rimanere delusa dall'ennesimo inganno. Sottopone allora Ulisse alla prova del talamo nunziale, famosissima, dicendogli che il suo letto sarebbe stato spostato che avrebbe potuto stendersi a riposare. Ulisse supera la prova con successo dicendo a Penelope che sarebbe impossibile spostare il suo letto perchè intagliato nel tronco stesso del grande albero cui la casa è costruita intorno. penelope a quel punto sente sciogliersi tutte le remore del suo cuore, abbraccia e bacia il marito che gli dei le hanno finalmente retituito:
"[...] Questo fu il colpo che i suoi dubbi tutti
Vincitore abbatté. Pallida, fredda,
Mancò, perdé gli spiriti e disvenne.
Poscia corse vêr lui dirittamente,
Disciogliendosi in lagrime; ed al collo
Ambe le braccia gli gettava intorno,
E baciavagli il capo e gli dicea:
"Ah! tu con me non t'adirare, Ulisse,
Che in ogni evento ti mostrasti sempre
Degli uomini il più saggio. Alla sventura
Condannavanci i numi, a cui non piacque
Che de' verdi godesse anni fioriti
L'uno appo l'altro, e quindi a poco a poco
L'un vedesse imbiancar dell'altro il crine.
Ma, se il mirarti e l'abbracciarti un punto
Per me non fu, tu non montarne in ira.
Sempre nel caro petto il cor tremavami,
Non venisse a ingannarmi altri con fole:
Ché astuzie ree covansi a molti in seno.
Né la nata di Giove Elena Argiva
D'amor sarìasi e sonno a uno straniero
Congiunta mai, dove previsto avesse
Che degli Achei la bellicosa prole
Nuovamente l'avrebbe alla diletta
Sua casa in Argo ricondotta un giorno.
Un dio la spinse a una indegna opra; ed ella
Pria che di dentro ne sentisse il danno,
Non conobbe il velen, velen da cui
Tanto cordoglio a tutti noi discorse.
Ma tu mi desti della tua venuta
Certissimo segnale: il nostro letto,
Che nessun vide mai, salvo noi due,
E Attoride la fante, a me già data
Dal padre mio, quand'io qua venni, e a cui
Dell'inconcussa nuzïale stanza
Le porte in guardia son, tu quello affatto
Mi descrivesti; e al fin pieghi il mio core,
Ch'esser potrìa, nol vo' negar, più molle".
A questi detti s'eccitò in Ulisse
Desìo maggior di lagrime. Piagnea,
Sì valorosa donna e sì diletta
Stringendo al petto. E il cor di lei qual era?
Come ai naufraghi appar grata la terra
Se Nettuno fracassò nobile nave,
Che i vasti flutti combatteano e i venti,
Tanto che pochi dal canuto mare
Scampâr nôtando a terra e con le membra
Di schiuma e sal tutte incrostate, e lieti
Su la terra montâr, vinto il periglio:
Così gioìa Penelope, il consorte
Mirando attenta, né staccar sapea
Le braccia d'alabastro a lui dal collo.
E già risorta lagrimosi il ciglio
Visti gli avrìa la ditirosea Aurora,
Se l'occhio azzurro di Minerva un pronto
Non trovava compenso. Egli la Notte
Nel fin ritenne della sua carriera,
Ed entro all'Ocean fermò l'Aurora,
Giunger non consentendole i veloci
Dell'alma luce portator destrieri,
Lampo e Fetonte, ond'è guidata in cielo
La figlia del mattin su trono d'oro.
Ulisse allor queste parole volse
Non liete alla donna: "O donna, giunto
Non creder già de' miei travagli il fine.
Opra grande rimane, immensa, e cui
Fornir, benché a fatica, io tutta deggio.
Tanto mi disse di Tiresia l'ombra
Il dì ch'io per saver del mio ritorno,
E di quel de' compagni, al fosco albergo
Scesi di Dite. Or basta. Il nostro letto
Ci chiama e il sonno, di cui tutta in noi
Entrerà l'ineffabile dolcezza [...]".
Libro ventitreesimo vv 205-255