"Scusami, scusami ancor"
Maurizio Maggiani:
"E' stata una vertigine"

Un uomo ha nel cuore una canzone d’amore. Quell’uomo va in giro con la sua canzone notte e giorno, e lui e lei sono una cosa sola, come lo può essere una coppia di cocorite nella gabbietta sul poggiolo, un vagabondo e i suoi fagotti per strada. La canzone è quasi vecchia come l’uomo, così che tutti e due vanno quasi per i cinquanta. In marcia stretti l’uno all’altra, come stretti per la vita sono due esseri che crescono assieme.
Quella canzone è arrivata a lui in un cinematografo, un grande cinematografo in mezzo alla buia campagna che si chiamava Cinema Centrale. L’uomo era un cucciolo di cinque o forse sei anni. Quando ripensa a quel tempo ricorda che qualcosa sapeva già leggere delle grandi scritte nei cartelloni appesi fuori dal capannone del cinema, così come sapeva sillabare i titoli dei film.
Il bambino era allora felice per molte cose, ma forse quello che lo rendeva più felice era che esistesse quel cinematografo, quel cinema centrale, che era poi l’unico che conosceva. La natura della sua felicità non era da lui del tutto compresa, perché era fatta di molti particolari distinti, e del fatto che ognuno di quei particolari era mescolato all’altro. Era una felicità misteriosa. Dentro quella felicità c’erano la notte buia e fredda tutto intorno al cinema e dentro il cinema il tepore del velluto delle poltrone a ribalta, c’erano le inesplicabili vicende e lo straordinario fatto che un telo bianco, seppur molto grande, potesse tutte contenerle. C’erano l’oscurità e i bisbigli, e nell’oscurità il fascio di luce compatta del proiettore. Nel fascio di luce cadevano prigionieri e dibattendosi si dimenavano come pesciolini in un nassa di un fiume, il fumo delle sigarette assieme ai bisbigli. C’erano nella felicità le stringhe di liquirizia e le caramelle di sei colori diversi; c’erano la cassiera con gli occhi dipinti e gli uomini con i giubboni di pelle profumati di grasso di motocicletta, le ragazze con le scarpe dal tacco a spillo e le ascelle sbuffate di talco borato Taglieri. Abitava nel cinematografo il più grande tra tutti i misteri che lo circondavano, e questa era la felicità.
La notte della canzone proiettavano al cinema una storia dove non c’era nessunissima storia di pistoleri, spadaccini o antichi romani; ma non per questo il bambino ne era granché rattristato. Era uno dei film che piaceva alle sue zie. Le zie portavano al cinema il loro adorato nipote in base a un principio di grande giustizia: una pellicola con i pistoleri e una d’amore, una di spadaccini e un’altra d’amore; una volta l’una e una l’altra, tenendo anche il conto delle pellicole di spadaccini con dentro un bel po’ d’amore, e quelle valevano zero. Andavano al cinema alle otto di sera di tutti i sabati senza perderne uno da ottobre ad aprile, quando poi il centrale restava chiuso per tutta l’estate, per fare in modo che i giovanotti della campagna potessero andare a ballare nei paesi intorno senza la paura di perdersi qualche bel film. Al bambino andava bene così perché sapeva che così andava bene alle zie e ai fidanzati delle zie. I fidanzati pagavano i biglietti e le caramelle per tutti quanti, e se anche loro erano più contenti dei film coi pistoleri, era anche vero che nei film d’amore avevano più probabilità di baciare le loro fidanzate.
Dunque quella sera davano un film d’amore.
Mentre la pellicola andava avanti, il bambino succhiava caramelle e frantumava semini di zucca, e gran parte di quello che accadeva nel film fluiva sopra la sua testa, distante e ignoto. Ma gli piaceva essere lì nel buio della campagna, in mezzo al buio della sala, mentre dal lato sinistro la sua zietta preferita continuava a passargli le caramelle, e dal lato di destra la zietta preferita un po’ meno gli dava pizzicotti perché facesse meno rumore succhiando.
Poi, nel mezzo del film, era venuta la canzone. La cantava qualcuno che non si vedeva in nessuna parte dello schermo, mentre due innamorati ballavano stretti stretti.
La canzone cantava così:
…è stata una vertigine
tenerti stretta al cuor
or ti dirò baciandoti
scusami, scusami ancor…
E subito, nel sentirla, il bambino pianse.
Piangeva senza tristezza o dolore. Piangeva, in così tenera età, di nostalgia e abbandono. Dolcemente piangeva come un vecchio randagio davanti a una finestra con dentro la luce blu della televisione accesa, come una madre che preme le mani sul ventre afflosciato nel giorno del suo primo parto. Piangeva in perfetto silenzio, senza disturbare nessuno e senza neppure smettere di succhiare la sua caramella. Piangeva lacrime che non sgorgavano.
Il bambino era stato visitato dall’amore.

MA L'AMORE NO
(D'Anzi - Galdieri)
Ma l'amore no,
l'amore mio non può
disperdersi nel vento con le rose
tanto è forte che non cederà,
non sfiorirà.
Io lo veglierò,
io lo difenderò
da tutte quelle insidie velenose
che vorrebbero strapparlo al cuor,
povero amor.
Forse te ne andrai
da altre donne le carezze cercherai
- ahimè! -
e se tornerai
già sfiorita ogni bellezza troverai
in me.
Ma l'amore no,
l'amore mio non può
dissolversi con l'oro dei capelli
finch'io vivo sarà vivo in me,
solo per te.
Forse te ne andrai
da altre donne le carezze cercherai
- ahimè! -
e se tornerai
già sfiorita ogni bellezza troverai
in me.
Ma l'amore no,
l'amore mio non può
dissolversi con l'oro dei capelli
finch'io vivo sarà vivo in me,
solo per te.